LE INTELLIGENZE ARTIFICIALI

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LE INTELLIGENZE ARTIFICIALI

di Barbara Marchand
per Edicolaweb

È inevitabile: un giorno scopriremo il modo di creare macchine pensanti, coscienze nate dalle nostre
mani. Queste “intelligenze artificiali” saranno capaci di dialogare con noi, fare ragionamenti
sensati, avere il senso dell’humour.

E poi, in fondo, perché non dovrebbero essere più intelligenti di noi? In quel caso, come si
comporterebbero se dessimo loro il potere, oppure se lo prendessero…

Definizione del Dizionario Garzanti della Lingua Italiana:
“intelligenza” = “facoltà di intendere”.

Essere intelligente non è cosa facile. Essere intelligente vuol dire essere capace di “ragionare”!
Per il momento, sappiamo creare soltanto macchine che danno l’impressione di ragionare perché sanno
adattarsi alle situazioni. Per esempio, non si può dire che il computer “Deep Blue” sia intelligente
anche se è riuscito a battere Kasparov a scacchi. Possiede semplicemente una capacità di calcolo
superpotente e un sistema di analisi del gioco molto competitivo.
Una macchina intelligente vera sarà capace di tenere una conversazione, di fare piani, di elaborare
una dimostrazione e soprattutto di “apprendere”.

Per molto tempo i ricercatori hanno tentato di imitare l’intelligenza umana. Il risultato si
riassume in robot antropomorfi, a nostra immagine, con una testa e due gambe, come il robot “Honda”
capace di spostarsi camminando, evitando gli ostacoli.
I robot industriali anch’essi imitano i nostri movimenti, ma la loro intelligenza è molto
“limitata”. Hanno 2 o 3 gesti in “memoria”, che vengono programmati e che non capiscono.
Una vera intelligenza artificiale non può ridursi ad un cervello. Occorre creare un sistema di
assimilazione dell’informazione dei “sensi”. Ecco perché si sta sviluppando un lavoro sulla
comprensione della scrittura, il riconoscimento vocale e l’analisi dell’immagine. Un’intelligenza
non può essere senza contatto con il mondo. E oggi i ricercatori hanno capito che non serve imitare
l’Uomo: l’intelligenza artificiale nascerà, imparando, con una base di partenza ma soprattutto con
la capacità di arricchire la sua riflessione e di ricordare la lezione dei suoi errori e dei suoi
successi.

In quanto alla coscienza, nascerà forse spontaneamente quando i cervelli artificiali avranno
raggiunto una complessità sufficientemente importante. Chissà?
In Giappone, il “Brain Builder Group”, dei Laboratori ATR di Kyoto, ha realizzato un cervello
animale totalmente artificiale, dopo 8 anni di lavoro. Alla base del sistema, una macchina – la
“CAM” Cellular Automata Machine – capace di far “crescere” e evolversi circuiti neurali. La sua
potenza sarebbe equivalente a quella di 100.000 computers Pentium 400.
La CAM consente di creare migliaia circuiti neurali, caricati in una vasta memoria RAM per un
cervello artificiale di 40 milioni di neuroni. Questo cervello teleguida un robot-gattino denominato
“Robokoneko” (dal giapponese “ko” bambino e “neko” gatto) creato dalla società americana “Genobyte”.
È opera del ricercatore Hugo De Garis che ha creato 72 circuiti elettronici rivoluzionari visto che
le connessioni tra transistor possono essere cambiate in pochi nanosecondi. Questi circuiti sono
denominati “FPGA” ovvero “Field programmable Gate Array”. Ogni circuito può mutare fisicamente,
plasmato dal programma e poi trasformarsi in una serie di calcolatori specializzati. La macchina
decide quindi la propria architettura interna e i ricercatori lasceranno che questo avvenga,
imitando il processo della selezione naturale degli esseri viventi! Ma lo stesso Hugo De Garis ha
fatto sapere che giudicava estremamente pericoloso l’assenza completa di regolamentazione in questo
settore.
Lo sviluppo delle nanotecnologie fa prevedere che da qui a meno di 50 anni nasceranno vere e proprie
I.A. così superiori a noi che potrebbero anche considerarci animali stupidi se non nocivi.

Nel 1993, veniva realizzato il robot umanoide “CO6” nel laboratorio di Intelligenza Artificiale del
Massachussets Institute of Technology (MIT), creato da Rodney Brooks.
“CO6” ha un corpo molto simile a quello umano con testa girevole, mani prensili, una meccanica molto
simile ai muscoli dell’uomo e anche sensi elettronici (4 telecamere: 2 per la visone periferica e 2
per vedere da vicino, 2 microfoni e sensori tattili sulle mani) che gli permettono di esplorare e
interagire con l’ambiente circostante. È stato progettato per sviluppare intelligenza e
comportamenti paragonabili a quelli di un bambino di 2 anni. Ha imparato a riconoscere le facce, a
capire se una persona lo guarda, a seguire qualcuno con lo sguardo, a misurare la forza con la quale
viene toccato. Possiede un elementare senso dell’equilibrio e fa anche sì con la testa! Tutto questo
è reso possibile dall’inserimento nel cervello sintetico di “CO6” di sistemi di apprendimento
automatico detti “reti neurali”, che simulano, grazie ad un modello matematico, in modo
semplificato, il funzionamento di una cellula cerebrale umana, senza per questo ancora
“ricordare”… così come il robot “Kismet”, creazione di Cynthia Breazeale, l’assistente di Rodney
Brooks. È una testa di 3.6 chili munita di occhi (sono videocamere) che le permettono di riconoscere
gesti ed espressioni, di orecchie (sono microfoni e sensori) che “sentono” l’intonazione delle voci
e che rilevano il battito cardiaco e il respiro degli umani. La testa “Kismet” elabora altri dati e
reagisce attraverso la bocca e il movimento delle sopracciglia. Per ora, si comporta come una
bambina di 1 anno ma non si esclude di trapiantarla sul corpo del robot “CO6”. Vedremo che cosa
combinerà questo connubio!

Stranamente, è l’industria del giocattolo che oggi ha sul mercato i primi strumenti concreti
dell’Intelligenza Artificiale.
Ricordiamo la follia dei “Tamagochis”, questi giocatoli elettronici che imitano i comportamenti
degli animali da compagnia. Chi non ricorda “Furby”, quel peluche zeppo di circuiti che canta,
parla, fa le boccacce, risponde, comunica con i suoi simili e adatta il suo comportamento a quello
del suo padroncino.
Dal 1° giugno 2000, la Sony ha commercializzato il primo cane artificiale: “Aibo” sa abbaiare,
riconosce i suoni, si sposta da solo, dà la zampa, muove la codina e può imparare alcune mosse
grazie a un computer e un telecomando.
Più recentemente, “Hasbro”, uno dei leaders mondiali del settore si è unito a “Is Robotics” –
specialista della Robotica – per mettere a punto una gamma di giocatoli “interattivi e
intelligenti”.

Chi non ricorda “HAL”, il computer intelligente di “2001, Odissea nello Spazio”? Stanley Kubrick e
Arthur C. Clarke avevano immaginato un cervello di bordo cosciente per pilotare la missione
spaziale. Il suo nome “HAL” è un decalco, con una lettera di scarto nell’alfabeto, del logo IBM. E
questa I.A. infallibile all’inizio del racconto perde la sua ragione artificiale e fa pesare una
minaccia reale sulla vita dell’equipaggio…
Poi, senza togliere nulla ai capolavori di Isaac Asimov e i suoi robot positronici, chi non conosce
“Salto nel Vuoto”, di Frank Herbert insieme a Bill Ramsom, può ancora procurarselo attraverso la
Mondatori o le Edizioni Fanucci.
Non dimentichiamo anche:

– “Il ciclo di Ender”, di Orson Scott Card, gli ultimi due tomi in particolare, in cui Ender
permette involontariamente la nascita di una entità ragionante su una rete paragonabile a Internet.
– “I canti di Hyperion”, di Dan Simmons, che finalmente rappresentano la storia della lotta,
attraverso il tempo e la galassia, di due deità, una umana e l’altra artificiale.
– “Le radici del male”, di Maurice G. Dantec (Ed. Hobby & Work), un cybernoir di 600 pagine!
– “L’Uomo di Turing” (Editrice Nord), di Harry Harrison e Marvin Minsky ( specialista dell’I.A.) che
fornisce una risposta alla domanda: “Le macchine possono pensare?”, formulata dal pioniere della
cibernetica Alan Turing nel 1950.

Non possiamo non parlare di “Blade Runner” tratto dal libro di Philip K.Dick “Do androids dream of
electric sheep?”. I protagonisti, i “Nexus 6”, sono dei replicanti del tutto identici agli umani.
Fisicamente superiori e intellettualmente alla pari con gli ingegneri genetici che li hanno creati,
capaci di sviluppare nel tempo emozioni proprie e angosciati da questioni esistenziali. Ma nel libro
di Dick, c’è un’ulteriore evoluzione nella tematica dell’I.A., e cioè: nell’interazione tra il
cervello umano e l’universo cibernetico è l’uomo stesso ad assimilarsi alla macchina, innestando nel
proprio corpo protesi meccaniche, navigando nella rete e sperimentando realtà virtuali… Senza
parlare di “Matrix”…

C’è un augurio che possiamo fare in questo 2004. È quello che queste macchine, così apparentemente
“umane”, non possano mai provare le nostre emozioni e i nostri sentimenti, anche se questa
prospettiva affascina e preoccupa da tempo noi umani…

Link di riferimento:
www.fantascienza.com/
www.hip.atr.co.jp/degaris/
ai.iit.nrc.ca/ai_point.html
www.genobyte.com/
www.honda.co.jp/ASIMO
www.aibo.com/
www.atnet.it/lista/lista.htm
www.look.it/2001/2001home.htm

natura@tele2.it

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